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Il Museo Civico di Zoologia resta aperto… online! L’Elefante “Toto” ci racconta la sua storia. #laculturaincasa

13 Maggio - 31 Maggio

Testo di Paola Di Luzio liberamente tratto da: *S. Gippoliti e **M. Picone

Salve visitatore.

Mi presento.

Sono Toto, o M’Toto, o l’Elefante Assassino. Ho avuto molti nomi mentre ero in vita e ognuno racconta una storia affascinante e rievoca immagini di antichi fasti e inquietanti periodi storici.

Innanzi tutto non sono affatto un Mammut come molti di voi credono, ma un fiero Elefante Africano di savana, Loxodonta africana, vissuto appena nel secolo scorso.

La mia storia inizia tanto tempo fa, in luoghi remoti. Precisamente in quella che oggi chiamate Tanzania, in Africa orientale, nel lontano 1908…

È lì che sono stato catturato quando ero solo un cucciolo di elefante e mi chiamavano M’Toto, che in swahili significa “piccolo” e “bambino”. Per farlo hanno ucciso la mia mamma, una pratica molto in voga a quell’epoca per procurarsi esemplari di animali per gli zoo, i musei e i circhi, ma che fortunatamente oggi non viene più tollerata.

Da lì è iniziato un lungo e tortuoso viaggio che mi ha portato fino in Germania, nello zoo di Amburgo, l’Hagenbeck’ Tierpark. Nel 1910 Karl Hagenbeck mi portò a Roma, dove stava collaborando alla creazione di un moderno giardino zoologico, lo Zoo di Roma!

Quasi subito fui affidato alle cure di un guardiano, Ivo Calavalle, con il quale ho stretto un lungo rapporto di amicizia.

Crescendo avevo cominciato a dare prova di un carattere un po’… difficile, diciamo. Come tutti i maschi in età di crescita, d’altronde!

Il primo “episodio spiacevole” si verificò nel 1922 quando, durante una cura dentaria… all’improvviso… il dolore e la paura sono stati così forti che non ho potuto non reagire e con un solo movimento della testa ho colpito il povero veterinario che non è sopravvissuto al colpo. Per fortuna tutti si sono resi conto che non avevo colpa di quel terribile incidente. La mia era stata una reazione di panico alla medicazione. Da lì in poi, infatti, non ci sono stati più incidenti e io e il mio guardiano siamo andati perfettamente d’accordo.

Fino a quel tragico giorno, quello che mi ha definitivamente attribuito l’appellativo di “Elefante Assassino”. Il giorno in cui ho ucciso proprio la persona che più mi era vicina, il mio guardiano Ivo Calavalle!

Nessuno sa bene cosa sia successo.. alcuni guardiani raccontano che essendo nel pieno del ventennio, in perfetto stile fascista vennero distribuite ai guardiani delle divise nuove, di colore più assonante ad una certa moda coloniale allora in voga. Anche Ivo indossò quella divisa e in silenzio entrò nella mia gabbia come era solito fare, certo che i suoi movimenti non scatenassero in me nessun istinto particolare. Ma così non fu. Forse proprio per colpa di quegli abiti così inusuali, forse registrando come una minaccia quel muoversi furtivo, fatto sta che improvvisamente lo cinsi con la proboscide e lo schiacciai contro le sbarre. Ivo morì poco dopo in ospedale.

Da questo momento in poi la storia diventa confusa e ricca di mistero.

Leggenda vuole, infatti, che dopo quell’episodio il mio carattere già difficile peggiorò ulteriormente fino quasi alla pazzia e questo, unito a quella seconda uccisione, decretò la mia condanna a morte. L’esecuzione si sarebbe svolta nella gabbia esterna dove, dopo aver cosparso il pavimento d’acqua, sarei stato attirato e ucciso con la corrente ad altra tensione.

Certo questo sarebbe un finale della storia molto drammatico e all’altezza di tutte le vicissitudini di cui sono stato protagonista… ma la realtà è ben diversa, ed è grazie alle persone che si sono negli anni dedicate alla ricerca di testimonianze, foto e documenti dell’epoca, se il mio nome è stato riabilitato e oggi sono “Toto”, non più l’Elefante Assassino.

Nonostante i drammatici episodi che mi hanno interessato, infatti, nessuno mai ha pensato di darmi la responsabilità di quanto successo. Ero pur sempre un animale selvatico e come tale andavo trattato, con rispetto e prudenza, perché nessun animale è prevedibile fino in fondo. E questo, forse, fu l’errore che commisero i molti che mi si avvicinarono. Nessuna condanna a morte, quindi, e nessuna fantomatica esecuzione. Fu solo molti anni dopo la morte di Ivo che anche io mi spensi, esattamente 11 anni dopo, nel 1939, dopo un lungo periodo di malattia. E fu con grande dolore di tutti che me ne andai, perché per quanto la mia vita fosse stata costellata di episodi controversi, me ne andavo portando via un pezzo della storia del Giardino Zoologico.

Questi sono i fatti. E aggiungo di essere molto grato a chi, con lungimiranza, ha deciso di recuperare i miei resti e di prepararli in modo da poterli esporre nel Museo Civico di Zoologia, proprio accanto a quella che per più di 30 anni è stata la mia casa. È grazie a questa operazione se oggi posso ancora raccontare la mia storia, in modo che pezzi di memoria di questa città e di un’epoca che ci ha segnati tutti, non vengano completamente persi.

 

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Dettagli

Luogo:
Pagina Facebook Museo Civico di Zoologia
Altro:
Testo di Paola Di Luzio liberamente tratto da:
*Gippoliti S., 2014. One elephant, a museum specimen and two colonialism: the history of M’Toto from German Tanganyika to Rome. Museologia Scientifica nuova serie, 8: 67-70.
**Picone M., 2013. Uomini in gabbia. Testudo Edizioni.

Organizzatore

#laculturaincasa
Sito web:
https://www.facebook.com/MuseoCivicoZoologia/